Ci hanno chiesto di scrivere un racconto erotico. Io ne ho scritto uno e l’ho chiamato Fluido, al di là di ogni decenza. Ovvio, non intesa come quella cosa chiamata senso del pudore, a quella ho pensato poco, ma semplicemente considerando il modo in cui la mia scrittura è indegna, indecorosa, inaccettabile. Ho finito le parole che iniziano per in.
Anzi no.
Infine, aggiungo, mi dissocio pubblicamente dal modo che ha il mio personaggio di eccitarsi.
Non ho mai fatto l’amore. Sono in ritardo per uno di quelli della mia età. Era questo che pensavo quando, attraversando il parco dei Tre Pini, tornavo a casa dalla scuola media Gabriele D’Annunzio di San Fermo.
Guardavo il colore omogeneo delle siepi che mi accompagnavano lungo la strada, e pensavo ai miei compagni. Li immaginavo nelle loro camere, i poster appesi alle pareti. Prendevano le ragazze, e quelle, con le braccia rigide di terrore, accettavano silenziosamente il desiderio del loro scoprire, senza respingerli, senza reagire male. E li lasciavano fare. Un po’ per timidezza, e un po’ per quello stesso sentimento che spingeva i ragazzi ad avvicinare sempre più le mani al bordo delle loro mutandine. Lo so, avrei potuto accusare la mia fantasia di portarmi troppo lontano, ma molto di tutto questo aveva una ragione d’essere pensato. Chiudevo gli occhi, e l’aria si viziava d’immaturità. Subito intuivo con ribrezzo che quello scoprire fosse qualcosa di facilmente negoziabile. Era come il gusto aspro delle prime pesche noci a maggio. Così riaprivo gli occhi, e disprezzavo i miei compagni: erano ingordi, impazienti, degli arroganti; e allo stesso modo, a mio parere, lo erano in classe.
Immaginavo i loro desideri, i gesti, i tremori, osservandone la condotta: c’era chi alzava timidamente la mano, chi, scelto per l’interrogazione, teneva la schiena dritta e gli occhi sbarrati. C’era chi si annoiava e lanciava i cancellini contro il muro. E chi, alle volte, puliva la lavagna di gran lena solo per poi prendere la mira e lanciare il cancellino contro di me. Lo facevano per provocarmi ne ero certo, o per suscitare una reazione che avrebbe divertito tutti. Ma io non ero un tipo divertente, e i miei sogni portavano anche il mio corpo ad allontanarsi dagli altri. Parlavo poco, e forse anche per questo gli davo motivo di prendersela con me. In qualche modo volevano la mia attenzione, volevano che io fossi lì per loro, per un attimo, ma io non mi concedevo mai, non gli davo nulla. Anzi, prendevo soltanto. Prendevo i loro corpi e nella mia testa li denudavo. Assistevo alla loro vergogna senza che nemmeno lo sapessero. E per questa visione, nonostante io non ne conoscessi ancora appieno il significato, godevo.
Non capitava mai però che mi vedessi da fuori, di fronte ad un’altra persona, svestito e imbarazzato. Talvolta pensavo che fosse innaturale considerare se stessi così, ma poi m’annoiavo, cambiavo idea. Combinavo e dirigevo i miei compagni in un film a me solo riservato, ed era un piacere che non potevo negare alla mia fantasia. Finché un giorno le cose cambiarono, e toccò a me essere (finalmente) denudato e smascherato.
Successe a marzo. Quel pomeriggio mi fermai a scuola per un recupero di matematica. Mi guardai intorno, in classe nessuno stava ascoltando il professore; e con mia sorpresa, durante quelle due ore, non ricevetti alcuna provocazione. Tutti avevano altro per la testa, come se potessero avere più che il pensiero stesso di starsi annoiando. Come se infastidirmi fosse stato dimenticato per sempre. Ebbi conferma della fine dei giochi quando al termine della lezione m’invitarono a giocare a pallone. Accettai, non tanto per sentirmi integrato in quell’orda di imbecilli, ma solo per fermare nei miei ricordi le gocce del loro sudore, gli sguardi sotto sforzo, l’eccitazione dopo il goal.
Quando vidi che il sole aveva cominciato a scendere, e i lampioni si erano accesi, pensai di salutare tutti e andarmene. Non fu un distacco doloroso, quel pomeriggio non era stato come l’avevo immaginato. E a quell’ora, forse, mia madre si stava preoccupando. Così me ne andai esattamente per come ero entrato nel gioco, per necessità.
Presi via Goito in direzione del parco dei Tre Pini, e quando ci entrai era già buio. Il colore delle siepi non era più riconoscibile, sapevo fosse verde, sì, ma adesso era solo nero. Camminavo a passo svelto, la luce dei lampioni era sfocata, volevo raggiungere casa, quando ad un tratto, un ragazzo, che doveva avere sì e no qualche anno più di me, mi venne incontro in sella ad una bicicletta. Lo guardai. Indossava un bellissimo gilet scuro che si confondeva col colore della siepe. I jeans erano stretti ed evidenziavano la misura dei suoi fianchi. Li vidi nudi e gracili. Smise di pedalare, e questo mi colpì, pensai che fosse a causa mia, che mi avesse visto, che avesse notato che lo stessi svestendo con gli occhi. Sapevo che prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Così quando mi fu vicino, tirò il freno e si fermò. Scese dal sellino, e si appoggiò alla canna della bici. Il tubo gli restò tra le cosce. Sentii una forte pulsazione all’altezza dell’inguine. Desideravo quello stesso contatto. Lui mi guardò incuriosito, poi disse ‘Ciao’. Io gli sorrisi, mi mostrai remissivo. ‘Vieni con me un attimo?’ chiese lui. Allora presi a camminare in direzione delle siepi senza rispondere, come se non avessi potuto fare altro, come se mi fosse venuto naturale. Mi girai poi solo un secondo per essere certo che mi stesse seguendo. Lo vidi scendere dalla bici e appoggiarla ad un lampione. Lì la luce andava e veniva al ritmo del mio battito irregolare. Mi nascosi dietro la siepe. Lo vidi farsi vicino e la luce del lampione illuminargli il viso per un attimo. Forse di anni in più doveva averne parecchi. Tesi la mano attraverso i rami e sentii la pelle graffiarsi. Sfiorai il suo gilet. Lui attraversò la siepe, fluido, come se conoscesse da tempo la strada per nascondersi. L’osservai per ricordarmene, per imparare. Poi, il lampione si spense.