Antipova

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June 2013

10 posts

39

Mi sveglio e mi addormento di nuovo. Non ho ancora dormito. C’è un paesaggio dal suono alto e torvo oltre il quale mi disconosco. Assaporo in segreto la possibilità di dormire. In effetti dormo, ma non so se dormo. In ciò che noi pensiamo consista il rumore c’è sempre rumore da momento finale, il vento nell’oscurità e, se io ascolto ancora, il rumore dei polmoni e del cuore.

Il libro dell’inquietudine, F. Pessoa

Jun 18, 2013

“All’albergo il portiere notturno, uomo degno di fede, mi ha detto che si aspetta una disgrazia, con tutti questi sorci. ‘Quando i topi lasciano la nave…’ Gli ho risposto che è vero nel caso dei bastimenti, ma non si era mai verificato per le città. Tuttavia, la sua idea è questa. Gli ho domandato quale disgrazia, secondo lui, ci si poteva aspettare. Non lo sapeva, le disgrazie essendo impossibile prevederle; ma non si sarebbe meravigliato che la faccenda fosse un terremoto. Ho ammesso che era possibile, e lui mi ha domandato se non fossi inquieto. ‘La sola cosa che m’interessa’, gli ho detto, ‘è trovare la pace interiore’. Lui mi ha perfettamente capito.

La peste, A. Camus

Jun 16, 2013

29

Come vorrei, lo sento in questo momento, essere una persona che fosse capace di vedere tutto questo come se non avesse con esso altro rapporto se non vederlo: contemplare le cose come se io fossi il viaggiatore adulto arrivato oggi alla superficie della vita! Non aver imparato fino dalla nascita a attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l’immagine che le cose hanno in sé dall’immagine che è stata loro imposta. Poter scorgere nella pescivendola la sua realtà umana, a prescindere dal fatto che sia chiamata pescivendola, e dal sapere che esiste e che vende. Guardare un vigile urbano come lo guarda Dio. Capire tutto per la prima volta, non in modo apocalittico, come se fosse una rivelazione del Mistero, ma direttamente, come una fioritura della Realtà.

Il libro dell’inquietudine, F. Pessoa

Jun 13, 2013

25

Invidio –ma non so se è invidia- coloro dei quali si può scrivere una biografia, o che possono scrivere la propria. In questi miei appunti sconnessi, e che non ambiscono ad avere un nesso, racconto con indifferenza la mia autobiografia priva di avvenimenti, la mia storia priva di vita. Sono le mie confessioni, e se in esse non dico niente è perché non ho niente da dire. […] Del resto in che cosa posso contare su di me? Un terribile acume delle sensazioni, e la profonda consapevolezza di stare sentendo… Un’intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi… Una volontà morta, e una riflessione che la culla come un figlio vivo…

Il libro dell’inquietudine, F. Pessoa

Jun 10, 2013

10

Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi. […] E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio deve possedere un centro. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno. […] Poter saper pensare! Poter saper sentire!

Il libro dell’inquietudine, F. Pessoa

Jun 9, 2013

Sono seduta in cucina a fare colazione. Dalla finestra entra il suono delle portiere della macchina. Si aprono e si chiudono con due rumori diversi. E’ tornato mio padre, penso. E riguardo alla seconda portiera, non ho dubbi, è la sua compagna. Anche Eugenia è tornata.
Mi raggiungono in cucina. Eugenia mi chiede se sto bene. Lascio in ammollo il biscotto, mi alzo e la saluto. L’abbraccio è debole, rispettoso, lontano da un movimento che si definirebbe invadente. E il nostro gesto si scioglie ancora prima d’aver incrociato le braccia intorno alle spalle.
Tra lei e mio padre c’era stata una scena di gelosia qualche giorno prima. Lei aveva visto certi suoi messaggi sul cellulare: aveva fatto una scenata, ma le cose si erano sistemate subito. Mio padre sa come far dimenticare alle donne ciò che per cui si lamentano.
Mi fa vedere le sue scarpe nuove. Sono dei sandali di pelle, color panna, che hanno delle piccole borchie lungo gli intrecci di tessuto. Cammina sul tappeto della cucina, si ferma, solleva un po’ il tallone e trova la posizione femminile che più le piace: per mostrarmele meglio, per mostrarsi meglio.
Alle scarpe sono indifferente, non è il mio stile, al suo comportamento invece no. Ci ho sempre trovato qualcosa da poter far mio.
C’è scritto Aldo sotto, mi dice ad un certo punto ridendo e riferendosi alla marca. Io annuisco e nascondo un certo imbarazzo. E’ anche il nome di mio padre, sì, ma non mi diverte. Anzi, la percepisco come una coincidenza straziante, un po’ come la sensazione che si prova sulle dita quando viene a mancare un appiglio dato per certo.
Così si appoggia ad una sedia, alza il piede e mi mostra la suola. C’è proprio scritto Aldo. Sei marchiata ormai, le dico. Lei sorride, ma non so dire per certo se mi ha capito o meno. Guarda mio padre negli occhi e aggiunge, C’è scritto anche dentro. Si riferisce alla suola interna, lo so, ma per un attimo la guardo mentre sorride a mio padre. E penso che l’assoluto ed unico fine di quelle parole fosse una dichiarazione d’amore.
Mi risiedo e mi sento debole. Non è per la colazione. Forse, mi dico, è per la consapevolezza che, dopotutto, certe persone amano, e non possono chiedere altro a sè stesse.
Guardo nella tazza. Il biscotto non lo vedo più, è sparito nel latte. Ne è diventato una parte.

Jun 6, 20131 note
Estratto: Voci nel tempo, Franco Piavoli (1996) → youtube.com

Quel che viene richiesto, avanti la proiezione di questo film, è una certa attenzione. E questa è consigliabile che sia la conseguenza di una naturale pazienza del cuore.
Non è una sfida, anche se tuttavia qualcosa potrebbe essere guadagnato, o addirittura, vinto.
Questo è un estratto di cinque minuti.
Vale la pena capire come si è fatti.

Jun 4, 2013
Film: Sans toit ni loi, Agnès Varda (1985) → youtube.com

Ogni mia sfortuna è un punto a favore, penso.
Poi aggiungo, Purtroppo non so esattamente cos’è la sfortuna.

Jun 3, 2013

“Ti sei preso una bella sbornia, eh?”
“Già, però le parole che ho detto a Jean-Yves sono molto serie.”
“Credo che se ne sia reso conto…” Mi carezzò il torace con la punta delle dita. “E comunque penso che tu abbia ragione. In Occidente la rivoluzione sessuale è bell’e finita.”
“E lo sai perché?”
“No…” Esitò, poi riprese: “No, in effetti non lo so.”
Accesi una sigaretta, mi sistemai il cuscino dietro la nuca e dissi: “Fammi un pompino.” Valerie mi guardò con una certa sorpresa, ma nondimeno si chinò sul mio sesso per prenderlo in bocca. “Ecco!” dissi in tono trionfante. Lei si bloccò, e di nuovo mi guardò stupita. “Lo vedi? Io ti ho detto di farmi un pompino, e tu hai obbedito. Eppure fino a un attimo fa non ci pensavi neanche lontanamente.”
“In effetti no, non ci pensavo; però mi fa piacere.”
“Ed è proprio questa la tua dote straordinaria: a te piace dare piacere. Una cosa che gli occidentali non sanno più fare: offrire il proprio corpo come qualcosa di gradevole, dare piacere senza pretendere nulla in cambio. Hanno perduto completamente il senso del dono. Per quanto si affannino, non riescono più a sentire il sesso come qualcosa di naturale. Si vergognano del loro corpo perché non lo vedono all’altezza degli standard delle pubblicità e del cinema, e per le stesse ragioni non si sentono più attratti dal corpo dell’altro. E’ impossibile fare l’amore senza un certo abbandono, senza l’accettazione quantomeno temporanea di una condizione di dipendenza e di soggezione. Esaltazione sentimentale e ossessione sessuale hanno un’origine comune, derivano entrambe da un parziale oblio del proprio ego; è un campo nel quale è difficile realizzarsi senza perdersi. Siamo diventati freddi, razionali, estremamente consapevoli della nostra esistenza individuale e dei nostri diritti. Vogliamo evitare qualsiasi forma di alienazione e dipendenza.”

Piattaforma, Michel Houellebecq

Jun 2, 20131 note

Ho fatto un sogno: entravo in una stanza poco illuminata, e trovavo me stessa in piedi, vicino ad un grosso tavolo che ingombrava tutto lo spazio. Mi guardavo mentre martellavo chiodi, forchette e cacciaviti. Li schiacciavo nel legno prima di restare a contemplarli. I chiodi erano inclinati, le forchette piegate e i cacciaviti spezzati. In sintesi, ho pensato, tutte le cose le faccio andare storte io, con le mie stesse mani.

Jun 1, 20131 note

May 2013

7 posts

Mentre stai lì, seduta, la schiena appoggiata solo su di un fianco allo schienale, ti vedo nel buio della sala. Il telefono è acceso per fare luce sul quaderno. Non so cosa stai scrivendo, e proprio ora, mentre ti guardo, non stai seguendo il film. E’ una lingua incomprensibile, ci sono i sottotitoli, sei sicura che non ti stai perdendo qualcosa? Lo posso immaginare dove sei, e non è lì che dovresti essere.
Stai scrivendo, appuntando qualcosa che parla di te? Di nuovo? Ora ascoltami. Non ti serve. Chiudi il quaderno. Segui tutte le battute. Torna da me, sullo schermo, e guardami:
Se vuoi sopravvivere, alla tua sincerità devi dare una forma. E solo lavorando per raggiungerla riuscirai così ad arrivare alla verità.. Ma se ti accontenti di morire lentamente, di fingere, allora, alla scrittura non chiedere un ruolo, non dare una funzione che solo tu credi di sentire vitale.
E non abbassare lo sguardo adesso. Lo so che ti ho fatto male.

May 29, 2013

Ci hanno chiesto di scrivere un racconto erotico. Io ne ho scritto uno e l’ho chiamato Fluido, al di là di ogni decenza. Ovvio, non intesa come quella cosa chiamata senso del pudore, a quella ho pensato poco, ma semplicemente considerando il modo in cui la mia scrittura è indegna, indecorosa, inaccettabile. Ho finito le parole che iniziano per in.
Anzi no.
Infine, aggiungo, mi dissocio pubblicamente dal modo che ha il mio personaggio di eccitarsi.


Non ho mai fatto l’amore. Sono in ritardo per uno di quelli della mia età. Era questo che pensavo quando, attraversando il parco dei Tre Pini, tornavo a casa dalla scuola media Gabriele D’Annunzio di San Fermo.
Guardavo il colore omogeneo delle siepi che mi accompagnavano lungo la strada, e pensavo ai miei compagni. Li immaginavo nelle loro camere, i poster appesi alle pareti. Prendevano le ragazze, e quelle, con le braccia rigide di terrore, accettavano silenziosamente il desiderio del loro scoprire, senza respingerli, senza reagire male. E li lasciavano fare. Un po’ per timidezza, e un po’ per quello stesso sentimento che spingeva i ragazzi ad avvicinare sempre più le mani al bordo delle loro mutandine. Lo so, avrei potuto accusare la mia fantasia di portarmi troppo lontano, ma molto di tutto questo aveva una ragione d’essere pensato. Chiudevo gli occhi, e l’aria si viziava d’immaturità. Subito intuivo con ribrezzo che quello scoprire fosse qualcosa di facilmente negoziabile. Era come il gusto aspro delle prime pesche noci a maggio. Così riaprivo gli occhi, e disprezzavo i miei compagni: erano ingordi, impazienti, degli arroganti; e allo stesso modo, a mio parere, lo erano in classe.
Immaginavo i loro desideri, i gesti, i tremori, osservandone la condotta: c’era chi alzava timidamente la mano, chi, scelto per l’interrogazione, teneva la schiena dritta e gli occhi sbarrati. C’era chi si annoiava e lanciava i cancellini contro il muro. E chi, alle volte, puliva la lavagna di gran lena solo per poi prendere la mira e lanciare il cancellino contro di me. Lo facevano per provocarmi ne ero certo, o per suscitare una reazione che avrebbe divertito tutti. Ma io non ero un tipo divertente, e i miei sogni portavano anche il mio corpo ad allontanarsi dagli altri. Parlavo poco, e forse anche per questo gli davo motivo di prendersela con me. In qualche modo volevano la mia attenzione, volevano che io fossi lì per loro, per un attimo, ma io non mi concedevo mai, non gli davo nulla. Anzi, prendevo soltanto. Prendevo i loro corpi e nella mia testa li denudavo. Assistevo alla loro vergogna senza che nemmeno lo sapessero. E per questa visione, nonostante io non ne conoscessi ancora appieno il significato, godevo.
Non capitava mai però che mi vedessi da fuori, di fronte ad un’altra persona, svestito e imbarazzato. Talvolta pensavo che fosse innaturale considerare se stessi così, ma poi m’annoiavo, cambiavo idea. Combinavo e dirigevo i miei compagni in un film a me solo riservato, ed era un piacere che non potevo negare alla mia fantasia. Finché un giorno le cose cambiarono, e toccò a me essere (finalmente) denudato e smascherato.
Successe a marzo. Quel pomeriggio mi fermai a scuola per un recupero di matematica. Mi guardai intorno, in classe nessuno stava ascoltando il professore; e con mia sorpresa, durante quelle due ore, non ricevetti alcuna provocazione. Tutti avevano altro per la testa, come se potessero avere più che il pensiero stesso di starsi annoiando. Come se infastidirmi fosse stato dimenticato per sempre. Ebbi conferma della fine dei giochi quando al termine della lezione m’invitarono a giocare a pallone. Accettai, non tanto per sentirmi integrato in quell’orda di imbecilli, ma solo per fermare nei miei ricordi le gocce del loro sudore, gli sguardi sotto sforzo, l’eccitazione dopo il goal.
Quando vidi che il sole aveva cominciato a scendere, e i lampioni si erano accesi, pensai di salutare tutti e andarmene. Non fu un distacco doloroso, quel pomeriggio non era stato come l’avevo immaginato. E a quell’ora, forse, mia madre si stava preoccupando. Così me ne andai esattamente per come ero entrato nel gioco, per necessità.
Presi via Goito in direzione del parco dei Tre Pini, e quando ci entrai era già buio. Il colore delle siepi non era più riconoscibile, sapevo fosse verde, sì, ma adesso era solo nero. Camminavo a passo svelto, la luce dei lampioni era sfocata, volevo raggiungere casa, quando ad un tratto, un ragazzo, che doveva avere sì e no qualche anno più di me, mi venne incontro in sella ad una bicicletta. Lo guardai. Indossava un bellissimo gilet scuro che si confondeva col colore della siepe. I jeans erano stretti ed evidenziavano la misura dei suoi fianchi. Li vidi nudi e gracili. Smise di pedalare, e questo mi colpì, pensai che fosse a causa mia, che mi avesse visto, che avesse notato che lo stessi svestendo con gli occhi. Sapevo che prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Così quando mi fu vicino, tirò il freno e si fermò. Scese dal sellino, e si appoggiò alla canna della bici. Il tubo gli restò tra le cosce. Sentii una forte pulsazione all’altezza dell’inguine. Desideravo quello stesso contatto. Lui mi guardò incuriosito, poi disse ‘Ciao’. Io gli sorrisi, mi mostrai remissivo. ‘Vieni con me un attimo?’ chiese lui. Allora presi a camminare in direzione delle siepi senza rispondere, come se non avessi potuto fare altro, come se mi fosse venuto naturale. Mi girai poi solo un secondo per essere certo che mi stesse seguendo. Lo vidi scendere dalla bici e appoggiarla ad un lampione. Lì la luce andava e veniva al ritmo del mio battito irregolare. Mi nascosi dietro la siepe. Lo vidi farsi vicino e la luce del lampione illuminargli il viso per un attimo. Forse di anni in più doveva averne parecchi. Tesi la mano attraverso i rami e sentii la pelle graffiarsi. Sfiorai il suo gilet. Lui attraversò la siepe, fluido, come se conoscesse da tempo la strada per nascondersi. L’osservai per ricordarmene, per imparare. Poi, il lampione si spense.

May 20, 20131 note

Mi pareva, a sentirlo, che tutto fosse andato proprio come diceva lui. Gli eventi di quegli anni erano accaduti uno dietro l’altro senza mai perdere d’occhio la sua vita, sostanza preziosa da preservare. Se c’era un disegno di cui non si lagnava mai, questo era proprio il disegno della provvidenza. Non riusciva a convincersi che i fatti venissero giù a pioggia, casualmente, senza badargli. Era sicuro invece che grandi e piccoli avvenimenti obbedissero ad un motivo di fondo, la cifra del suo destino. Cosa che cercava di dimostrare a se stesso, ai parenti, agli amici e a noi figli, componendo una trama estrosa dentro cui vero era sempre e soltanto ciò che sul momento gli appariva necessario.

Via Gemito, Domenico Starnone

May 14, 2013


Seguiva un suo filo: -Alla tragedia, - disse, - si arriva solo con un’adesione totale alla vita, alla realtà umana, un’adesione gioiosa, senza riserve, senza nessuna delle nostre polemiche intellettuali. Non può darsi tragedia senza il senso della felicità. Riusciremo a essere veramente tragici solo se riusciremo a esprimere la gioia di vivere dell’umanità -. Questo elogio del piacere di vivere veniva pronunciato dal mio interlocutore in tono grave, come suo solito. Egli è un uomo cupo, melanconico, che non sorride mai.

-Ma la vita è terribile! - protestavo io, scoppiando a ridere.

Ci guardammo intorno. Ci eravamo dati appuntamento in un luogo che non è consueto nè a lui nè a me: uno dei caffè di Via Veneto, a Roma, la strada che è diventata famosa per la “dolce vita” internazionale, e dove tutto sa di imbecillità e noia, luogo dove si intrecciano gli scandali brillanti e tutto invece sembra insapore e lontano dai sensi, come un limbo innocente e funereo, un paese dei morti, dai colori illusoriamente allegri. Parlavamo della tragedia e della felicità, e intorno avevamo questo scenario di finta gioia di vivere, di finta eccitazione, di finta ricchezza; un fiume d’auto immobilizzate dal solito ingorgo del traffico che impazzava a frizione schiacciata in un concerto di clackson, le donne più belle del mondo andavano incontro ad amori stolti, le vetrine esponevano merci inutilmente perfette. Sotto di noi si spalancava un abisso vuoto. E lì seduto, in quel pomeriggio romano, con questo scrittore, che si chiama Carlo Cassola, l’autore di Fausto e Anna e di La ragazza di Bube, lo scrittore che in mezzo a questa nostra Italia che esplode d’euforia e di modernità, continua a scrivere magre e austere storie provinciali di sottile malinconia.
-Il nostro tempo… Riuscirà a esprimere veramente il nostro tempo chi saprà voltargli le spalle, chi cercherà le cose che restano, non gli aspetti passeggeri… - diceva Cassola.
-Ma bisogna viverlo, questo tempo, buttarcisi dentro, patirlo… - dicevo io.
-No, bisogna opporgli un rifiuto, non accettare le sue ragioni, non leggere nemmeno il giornale, - diceva Cassola.
E io: -La letteratura di domani sarà quella che potrà nascere da noi continuamente distratti, ansiosi, divoratori di carta stampata, innervositi dagli ingorghi del traffico stradale…
E Cassola: -Tutti gli scrittori in cui noi abbiamo trovato una vera immagine dei loro tempi erano invece considerati dai loro contemporanei come scrittori fuori del tempo, solo perchè erano fuori dalle mode…

Così continuiamo a discutere, lentamente ma ostinatamente, io per far arrabbiare Cassola ma anche un po’ credendo a quello che dico, Cassola perchè crede a quello che dice, ma anche un po’ per farmi arrabbiare. Poi ci separiamo, lui torna alla piccola città toscana dove fa il professore, alla sua vita tranquilla, solitaria, assorta, a leggere e rileggere i suoi classici; io torno alla grande casa editrice dell’Italia del Nord dove lavoro, a divorare il mare di carta che si stampa nel mondo spesso inutilmente, torno alla vita sempre in movimento e a nervi tesi dell’attività industriale, senza mai un minuto di pausa, di concentrazione. Lui per raggiungere eterne verità umane ritorna a raccontare i lunghi pomeriggi casalinghi delle ragazze di campagna; io per esprimere il ritmo della vita moderna non trovo di meglio che raccontare battaglie e duelli dei paladini di Carlomagno.

Chi di noi è fuori dalla realtà?

Dialogo di due scrittori in crisi
Una pietra sopra, Italo Calvino

May 11, 2013

L’ossessione conserva, l’amore rende irriconoscibili; l’ossessione frammenta, l’amore aderisce; l’ossessione è tiranna, l’amore è servo dell’uguaglianza. L’amore non ha ritorno, l’ossessione non parte mai. L’ossessione è nemica del tempo, l’amore vi affonda i suoi artigli; l’ossessione è eterna, l’amore è unico perché finisce. L’ossessione è monotona come il potere, l’amore è difficile come il mondo; l’ossessione si accanisce per gli occhi di un Altro, l’amore è personale; l’ossessione è imperialistica, fa di ogni stanza casa sua; l’amore disorienta, espatria. Dell’amore sono un novizio, non ne intuisco che l’astratto beneficio terapeutico, mentre l’ossessione mi si è infiltrata nelle ossa fin dall’infanzia. L’amore lo indovino di spalle, non ne ho mai retto lo sguardo.

Troppi paradisi, Walter Siti

May 6, 20131 note

Domenica mattina, Piazza Madama, nessun mercato. Guardo in direzione del centro. Il 18 è al semaforo di Corso Vittorio.
Vedo un tizio attraversare la piazza. E’ solo. Coppola schiacciata e passo svelto. Viene verso la fermata.
Lo guardo e non ho dubbi, è Carlo Delle Piane. Occhi piccoli, mento stretto, Carlo Delle Piane. Non è lui, ma è Carlo Delle Piane. Mi chiedo, Dove stai andando Carlo Delle Piane?
Il 18 accosta, Carlo Delle Piane non corre verso la fermata. Non deve prendere il 18. Ma dove sta andando? Lo saluto senza fare alcun gesto. Salgo con una domanda e decido di prendermi in giro: ma che risposte vuoi avere tu?
Il 18 si muove.
C’è un cinese alle mie spalle. Ha una targhetta sul petto, penso, non ho mai visto un cinese con una targhetta sul petto. So chi sei, gli vorrei dire, eppure non so dove stai andando.
Leggo, Yang.
Rido.
Il 18 manca l’onda verde.
Ci fermiamo al semaforo.
Guardo fuori e sento, il cuore, scoppiare.
Vedo Carlo Delle Piane correre sul marciapiede.
Prego che il semaforo resti rosso.
Il 18 riparte e perdo l’equilibrio, stringo Yang.
E in uno sguardo, il momento che aspettavo.
Carlo Delle Piane si ferma davanti ad una farmacia chiusa.
Per un attimo, penso, ho creduto davvero di sapere dove stesse andando.
Così lo ringrazio per aver corso. Per aver in qualche modo risposto a ciò che avevo chiesto.
Yang sorride.
Lascio la presa.

May 5, 2013

Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un’intelligenza che serve per evadere. Anche questa civetteria di mediocrità è mediocre, come i ragazzi di borgata che indossano a migliaia le T-shirts con su scritto ‘original’; notano la contraddizione e gli sembra spiritosa. L’eccezionalità occupa i primi cinque centimetri, tutto il resto è comune. Se non fossi medio troverei l’angolatura per criticare questo mondo, e inventerei qualcosa che lo cambia.

Troppi paradisi, Walter Siti

May 1, 2013

April 2013

11 posts

A Comédia de Deus

‘Un muover d’occhi languido e pietoso, senza obbiettivo. Un riso tenue, onesto, come se fosse studiato. Umile il gesto, moderato ogni volta e contegnoso. Un atteggiarsi calmo e dignitoso. Un posare con atto grave, e modesto. Un’avvenenza schietta, il segno manifesto di grazie in un numero copioso. Un renitente osare, una dolcezza, un temer non so che. Un umor sereno, un lungo rassegnato patimento. Tale specie celeste di bellezza ebbe la Circe, che col suo veleno, la mente mi sconvolse e il sentimento.’

Apr 30, 2013

Pensieri importanti

Vorrei parlarvi di questa sensazione. Di quella che sento quando vado in bagno, e di quando quelle rare volte che mi lavo le mani, mi ritrovo a cercare con le dita i fazzoletti di carta, quelli che dovrebbero uscire in via sequenziale, senza interruzioni per intenderci. Sono leggermente china e ho le mani bagnate, e con l’indice cerco di smuovere il più possibile la situazione, lì attraverso la fessura di quella cassetta di latta. Faccio pressione, tento una presa con l’unghia, sfrego la carta. Ma sento che niente si sta muovendo, così ci riprovo. Vado in profondità, e quando sembra che ci abbia messo tutta la determinazione del mondo, ecco che succede. Riesco ad afferrare un fazzoletto. Così lo trascino fuori, e sento un immensa soddisfazione. In un attimo capisco. Devo essere lesbica.

Apr 29, 2013

Non pensavo che potesse succedere. Non pensavo che del cotone blu, quasi nero, potesse arricciarsi in piccoli batuffoli e abbracciare così i fiori della mimosa.
Ricordo, una volta in casa, di essermi fermata. Allora tutto tornava.
Guardai i punti in cui il cotone si era stretto al giallo, provai a dividerli. Poi mi chiesi perchè avrei dovuto farlo. In realtà sapevo che l’avrei conservato così. Pensai allora che non avrei potuto sbagliarmi, che aveva un significato, che le interpretazioni non disorientano se ciò a cui pensi è vero.
Ammisi che dopotutto anch’io vivevo di miele. E lo stesso, forse, nonostante gli indugi, era per te.
Ti ricordai allora proteso verso di me, un gomito appoggiato sull’angolo del tavolo, e il pensiero che in quel momento fossi certa di una cosa. Che ciò che avevo visto io, in quel fiore nascosto tra le pagine di Piovene, l’avevi visto anche tu.
Ma sbagliavo. Ed è per questo che hai ragione.
Alle volte è meglio non guardare. E’ meglio difendersi da tutte le immagini, e sentirsi protetti tra le pareti bianche della propria stanza.

Apr 27, 2013
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